giovedì 26 aprile 2012

La novità della vecchia pittura


LA NOVITÀ DELLA VECCHIA PITTURA
Di Ennio Calabria

Quando apparve la fotografia, la pittura temette di morire.
La foto le aveva tolto all’improvviso la sua funzione sociale più riconosciuta, quella di consegnare al tempo futuro la documentazione visiva del presente.
Per salvarsi la pittura doveva cercare nella propria genericità le ragioni del proprio diritto ad esistere.
“L’informale” è forse il livello espressivo più alto di questo contrapporsi identitario alla foto e in cui la pittura sembra la massima ansiosa onnipotenza del suo ripiegarsi su se stessa.
Era come se la pittura avesse detto alla foto: “Tu sei abilissima a documentare in tempo reale le apparenze delle cose, ma le congeli in fotogrammi di morte, perché le separi dal fluire del tempo. Io invece sono un organismo vivente.
Vedi, se mi apro il ventre, puoi vedere il sangue, gli organi e puoi accorgerti che il mio tessuto organico è una dinamica matrice che contiene un numero di contraddizioni molto più alto di quello che i tuoi pixel sopportano.
Al contrario della tua funebre sospensione del tempo, quando tornerò a documentare la realtà le mie immagini saranno un fotogramma che conserverà l’appartenenza alla continuità del tempo e dei dinamismi della vita.”
Tuttavia poi, per ragioni molto complesse, i tempi di questo ripiegarsi della pittura su se stessa si sono allungati troppo.
Quella prima sofferta, necessaria reazione alla diffusione della foto si è patologizzata in un comportamento narcisistico.
L’esposizione delle proprie viscere è sempre più percepito come atto valido in sé, esaustivo e sempre più immemore dell’antitesi che l’aveva determinato.
Così la pittura, smarrito il suo riferimento di contrasto, va perdendo la consapevolezza del rapporto di causa-effetto tra il proprio processo e quello che dà luogo alle presenti tecnologie della visualizzazione, nella loro relazione con l’attuale contesto sociale.
Vanificata la sua tensione a causa della rimozione razionale ed emotiva della sua antitesi, smarrito l’orientamento per la perdita della propria relazione con il contesto sociale presente, la pittura, nella sua dimensione quantitativa più ampia, collassa in uno stanco citazionismo del passato remoto, o in vaghe e spesso velleitarie rivisitazioni al presente di esperienze dell’avanguardia storica o, infine, in una confusa accademia di sé.
Parlo naturalmente della pittura e dei suoi tentativi di rifondarsi in sé. Senza contaminarsi con altre discipline. Non credo, per esempio, alle manipolazioni delle foto al computer, che snaturano la foto e vanificano la pittura.
In senso più generale sono infatti convinto che si possa ritenere ormai esaurita l’esperienza interdisciplinare che hanno vissuto le discipline artistiche all’inizio del novecento, per cui in nome di una presunta “unità della poesia”, ciascuna disciplina cedeva parti di sé alle altre.
Quell’esperienza ha prodotto volta per volta variazioni nel contesto, ma raramente ha avuto la forza di proiettarsene oltre.
Oggi poi, se si vuole immaginare qualcosa di veramente innovativo, occorre che una disciplina si radicalizzi in sé e che casomai vada ad esplorare di nuovo i propri “sotterranei”, in cui il suo sapere si conserva nella sua forma incipiente e magmatica. L’esatto contrario di quella ormai lontana esperienza interdisciplinare che subordinava la potenzialità conoscitiva specifica della disciplina, alla dogmatica presunzione dell’esistenza di un’unità della poesia.
Oggi che le esperienze coesistono ciascuna nella propria autoreferenzialità, ci si accorge di quanto ormai sia inattuale quella posizione.
Oggi è come se ci trovassimo di fronte ad attori che recitano ciascuno il proprio copione autoreferenziale, e se alla fine si produrrà un copione generale questo “accadrà” per la non verbalizzabile “induzione” che ogni attore, per la sua stessa presenza, produrrà negli altri.
In questo quadro di riferimento la pittura deve assumere consapevolezza dell’ attualità che proprio la sua stessa natura disciplinare le fornisce.
Il primo fatto, e forse il più importante, è quello di consentire al pittore di entrare ogni volta in rapporto con le fasi magmatiche delle future potenzialità, con una dimensione cioè che contiene già i presupposti di ciò che poi diverrà “codice”.
Per questo nella pittura i pensieri, i contenuti e i concetti nascono lì, in quel momento e mediante i sussulti fisiologici della pittura nel suo farsi.
Una volta, tanto tempo fa, stavo dipingendo un uomo visto dall’alto che produceva una grandissima ombra rossa che io realizzavo faticosamente con piccole pennellate.
Titina Maselli, pittrice, mi disse: “Ma perché perdi tanto tempo? Tu sei un pittore visionario, e allora ritaglia una grande plastica rossa e ci fai l’ombra”. Ecco, qui sta la questione.
Se avessi fatto così, come la mia amica mi consigliava, avrei “illustrato” un’idea.
Invece, dipingendola, quell’idea avrebbe avuto la sola funzione di stimolare dal mio interno l’emersione di ciò che non sapevo, e di farmene carico.
Voglio dire che la pittura ha la possibilità di sollecitare la coscienza ad assumersi la responsabilità persino dell’attività di quelle parti della psiche considerate dalla storiografia non recensibili, perché ritenute laterali, esterne ai confini del territorio di cui la coscienza si assume la diretta responsabilità.
In tal senso la pittura oggi si propone come disciplina di fondazione di una diversa forma della soggettività, capace di muovere “spaesata dal già pensato” e di farsi carico di ciò che invece una coscienza preorientata non può controllare.
Del resto gli artisti del novecento avevano già presagito la crisi della forma storica del “soggetto” occidentale, di un soggetto cioè che muove in continuità coerente con il “già pensato” che, comunque, resta il suo orientamento; soggetto che pretende di controllare tutto e che quando si imbatte nel caso, pretende di vessarne la libertà riportandolo entro le proprie intenzioni, oppure non se ne assume la responsabilità.
Molti artisti del novecento hanno cercato di prendere le distanze da questo ingombrante soggetto in diversi modi.
Alcuni di essi hanno ritenuto più credibile investire più che sul proprio gesto, sull’ironia di esso.
In quei casi l’ironia su di sé fu il vero passe-partout per il consenso sociale, e ciò voleva dire che già iniziava a determinarsi la percezione della crisi di un ordine sociale, e che iniziava a manifestarsi una certa disponibilità all’incontro con l’imprevedibile accadere delle cose, consapevoli di essere meno protetti da schemi sicuri.
Altri artisti invece si potrebbe dire che abbiano confinato l’azione di una soggettività programmante.
Essi hanno usato la loro immediata consapevolezza sino ad ipotecare un escamotage che li liberasse dall’ossessione di dover controllare, sino a programmare, un gesto oltre il quale l’artista non si assume più la diretta responsabilità di ciò che accadrà. 
Duchamp è come se si fosse detto: “Come ultimo gesto consapevole, io affermo che un oggetto decontestualizzato dal proprio contesto funzionale ed esposto in uno spazio espositivo, sarà un nuovo oggetto e determinerà in chi lo vedrà processi associativi nuovi e imprevedibili”.
Ciò significa però che Duchamp, come soggetto consapevole, si assume una diretta responsabilità sino alla messa in atto della sua intuizione, ma dal momento in cui quell’oggetto decontestualizzato verrà esposto, ciò che accadrà, accadrà fuori e oltre la responsabilità del soggetto Duchamp.
Pollock fa la stessa cosa: fissa quel gesto che apre al libero e casuale agire delle colature della materia, come limite della sua diretta responsabilità di soggetto.
Ma nel caso di Pollock il discorso è più complesso perché quel gesto non segna il limite tra responsabilità e casualità e basta, ma segna il limite tra una forma della sua soggettività e la ricerca di un’altra nuova forma del suo modo di porsi come soggetto.
Infatti Pollock sperimenta la possibilità di farsi carico della casualità e della sua imprevedibile produttività partecipando, in una alleanza di destini, al suo libero determinarsi.
Mi piacerebbe proseguire ma per ragioni di spazio devo fermare qui la mia riflessione. Volevo solo esprimere la mia convinzione sull’attualità della pittura e sulla sua necessità.
Questo naturalmente se la pittura assume coscienza di sé e coscienza di essere il potenziale soggetto capace di riportare, come oggetto comunicabile nella comunicazione sociale, i “sintomi” che le dimensioni complesse della personalità inviano da quell’esilio in cui la dimensione pragmatica della società le ha confinate.
Questo può fare la pittura se si radicalizza in sé, per poi rivolgersi di nuovo al suo esterno, verso la società.
Al contrario, vediamo come l’uscita dalla sua natura disciplinare la indebolisca.
Per esempio vediamo che se un pittore abdica al proprio processo fondamentale sostituendolo con quello del computer, atomicamente si produce uno spostamento verso l’uso di codici e di pensieri conclusi precedentemente.
In questo caso l’accezione della massima creatività non è “il generare” ma “la sorpresa” che deriva dal gioco intertestuale che pone a confronto testi già conclusi.
Oppure è “l’emozione” che deriva dall’estetizzazione e dall’emotivizzazione del già pensato.
Concludendo, vivo la pittura come espressione del travaglio soggettivo di cui essa è portatrice come “verità testimoniale”, in antitesi alla falsa coscienza che ormai ha sostituito l’autorità del piano oggettivo degli scambi.
C’è anche da dire, infine, che è riconosciuta da molti la debolezza testimoniale delle immagini mediali.
Per questo la pittura può e deve contrapporsi all’egemonia della documentazione di derivazione fotografica, e deve dimostrare di essere portatrice di verità e comunque di un numero e di una qualità di informazioni diverse ma altrettanto attuali di quelle di cui la foto è capace.
Io oggi lavoro affinché la pittura riacquisisca funzione sociale, fornendo spessore alla comunicazione oltre la pelle della superficie.
Lavoro affinchè la pittura sia uno strumento che possa consentire alla complessità esiliata di fare cortocircuito con le dimensioni della superficie su cui vive l’odierna società, e conseguentemente produrre esperienza.

                                                                                   Ennio Calabria

La poesia nella evoluzione inconsapevole (Angelo Sagnelli)





Tutta la poesia del novecento muove alla ricerca di un linguaggio nuovo, quasi volesse imprimere segni, orme, e suoni di stampo diverso e diversificato.
Così tutte le avanguardie, le postavanguardie ed il novismo trionfante hanno cercato, e tuttora cercano, l’introvabile linguaggio poetico per una poesia prosaica, poco attenta ai contenuti, dove la forma diventa sostanza e dove il suono privo di armonia a volte stride.
I valori sociali, un tempo condivisi, hanno perso forza attrattiva, ed ora le verità e le futili certezze, sembrano disseminate su terreni scoscesi ed impervi.
Eppure ancora oggi si ripropone, e con maggiore insistenza, la ricerca affannosa dei linguaggi poetici.
Io credo che il linguaggio non sia il punto di arrivo, o per meglio dire il traguardo ambizioso di chi volutamente vuole fare poesia.
Esso è l’espressione della società che cammina ed evolve inconsapevolmente, ed è certamente uno strumento della più ricca professionalità del poeta, indispensabile per il facimento del verso e per la sua musicalità, ma in definitiva,  rappresenta soltanto l’involucro del sogno o della sensazione che è propria della poesia.
Oggi, dicevamo che non vi sono più ideali o valori condivisi dalla generalità dei fruitori dell’arte; c’è soltanto l’autoreferenza degli scrittori che non accettando il confronto, contribuisce ad alimentare uno spaesamento totale, che non arricchisce, ma isola.
Una volta si sosteneva, che il poeta era tale se possedeva la vivacità e la ricchezza di un mondo poetico. Ed il mondo poetico era la luce, il sapore, il profumo di un pensiero, che il poeta riusciva ad esprimere attraverso il suo linguaggio. I poeti un tempo erano considerati un dono degli dei; essi erano uomini saggi, ricercatori del mistero e attenti conoscitori della vita,  e il loro linguaggio per questo motivo doveva essere compreso da tutti. Oggi giorno i poeti sono tantissimi e il loro linguaggio, spesso  prosaico o incomprensibile, è privo dei contenuti propri di una società che evolve rapidamente a causa della continua velocità degli scambi.
Nel nostro tempo non vedo poeti impegnati a valorizzare o a promuovere nuovi spazi culturali o le così dette scuole di orientamento, dove i giovani emergenti, possano trovare accesso per un costruttivo confronto generazionale .
Questa necessità era molto sentita nei decenni postbellici del secolo scorso, basti pensare ai caffè letterari, o alle sedi delle tante riviste nate non a caso su tutto il territorio nazionale, dove i poeti e gli artisti si accapigliavano per l’appartenenza a un movimento, o per  una idea non condivisa. Questi luoghi di dialogo e di scontro oggi sono rarissimi, e questo la dice lunga. Non credo che abbia ragione chi sostiene, che la voglia di partecipare a tavole  rotonde, o a frequentare ambienti letterari sia venuta meno anche a causa delle maggiori difficoltà, che s’incontrano per arrivare nei  centri storici delle grandi città. Credo piuttosto che l’interesse sia caduto, perché nei poeti scarseggiano le idee. Oggi, più di ieri, si affronterebbero sacrifici maggiori, per poter esprimere o ascoltare le proprie o le altrui sensazioni.
Il provincialismo letterario ha le sue origini nell’isolamento, nel non dialogo, nel promuovere non più accademie, ma incontri da parte delle  varie e tante associazioni letterarie, il cui unico interesse  è abbeverarsi alla fonte inesauribile delle istituzioni. Da qui i tanti premi di poesia, necessari per apparire o per spillare quattrini a quei poveri poetastri, che si ritengono poeti di rango. La verità è quella  che è emersa sopra: l’assoluta mancanza di pensiero, la superficialità, la dissolvenza poetica. Detto questo posso però sostenere  di non essere pessimista, e di credere  ancora nell’uomo/poeta, nell’artista, nell’uomo di cultura, anche se in questo secolo vince il consumismo  a discapito dei contenuti e della profondità di pensiero.
Ogni rinnovamento letterario ha le sue radici nel mutevole sentire della società civile; il rimetterlo in discussione, nasce dalla necessità di pochi; di quelli che avvertono l’opportunità di un immediato   cambiamento di rotta, non tanto per urlare al rinnovamento fine a se stesso, cosa abbastanza ignobile e stupida, quanto piuttosto per l’aver percepito prima di altri l’esaurirsi delle risorse intellettuali, etiche, morali che avevano determinato la precedente crescita.
Va sottolineato che non esiste l’attesa del rinnovamento, perché questo avviene spontaneamente, senza che ce ne accorgiamo. Piuttosto esiste la consapevolezza di vivere in un periodo in cui emerge soltanto la superficialità, l’apparire, il cercare le amicizie adeguate per imporsi e trionfare in tutti i campi. E questa consapevolezza ci porta a credere o a sperare che qualcosa dovrà per forza cambiare in un prossimo futuro.
E’ vero che la società senza un impulso utopico è destinata a ristagnare, ma deve esserci anche chi è in grado di dare questo impulso. Va anche ricordato che molte società, proprio per seguire impulsi utopici o utopistici, si sono trovate in conflitto tra loro, determinando guerre catastrofiche.
Dobbiamo essere uomini liberi, e pensare che esistono tante diversità nel mondo, diversità, si badi bene, che sono la  ricchezza dell’umanità, la vera forza trainante. Per condividere con gli altri, degli ideali da perseguire, bisogna prima di tutto aver lavorato a fondo, e con continuità dentro se stessi, aver studiato e riflettuto, ed essere consapevoli che qualsiasi ideale o valore culturale è soggetto come tutte le cose al tempo e al logoramento. Per questo motivo non si può parlare di ambizione di un letterato, ma piuttosto della capacità che questo può o potrà avere nel tracciare, a volte anche inconsapevolmente, nuove strade culturali con le sue stesse gambe. Il poeta o l’artista in generale è tale se avverte la necessità di partecipare la propria creatività agli altri, come un’offerta o come un dono, il cui unico corrispettivo si evidenzia in una forte stretta di mano o nel ricevere un grazie, uno sguardo illuminato, o un semplice sorriso. Dobbiamo dire anche, però, che per avere artisti veri, è necessario creare strutture adeguate per far germogliare le più vive intelligenze. E questo è compito di chi dirige la società, cioè della politica.
I politici dovrebbero comprendere che i cittadini non sono soltanto dei consumatori di beni e servizi, ma anche delle persone che pensano e che sognano, che si pongono problemi esistenziali, che sentono e scrutano il proprio io profondo, che amano se stessi, gli altri e tutti i componenti della  natura che li circonda, consapevoli che il tempo della vita è sempre troppo breve per conoscere e per apprendere.
Ritornando alla poesia, posso infine dire che essa segue, come del resto ha sempre seguito, infiniti rivoli. A volte è morale, a volte è civile, a volte è religiosa, a volte esalta la bellezza, a volte stimola a fare, a volte è patriottica e  a volte  riveste carattere universale.
I linguaggi della poesia sono svariati, come svariate sono le sensazioni poetiche. Il voler per forza rinnovare il linguaggio poetico è una frenesia non condivisibile. Il linguaggio, come detto all’inizio di questa mia trattazione, segue il sentire condiviso delle cose, ed è la stessa società che lo determina in continuo mutamento. Creare volutamente canoni nuovi non condivisi dall’attuale società, non significa essere all’avanguardia, ma credere che l’innovazione forzata si identifichi essenzialmente nel rinnovamento formale, svilendo così i contenuti, che in tutt’uno collegati con questa, rappresentano i pilastri comunicativi della poesia.
In ultimo vorrei sottolineare che la comunicazione della poesia avviene attraverso i suoni, questi creano un’onda che viene percepita dal nostro sentire. La melodia è propria della musica. Oggi noi apprezziamo le musiche del passato e le attuali, proprio perché entrambe risultano gradite ai nostri orecchi. Ed è così anche per la poesia. L’endecasillabo resta e resterà il verso più apprezzato proprio per la bellezza e la perfezione dei suoni. Per tanti secoli esso è stato condiviso ed apprezzato da quasi tutti gli scrittori. E’ giusto e doveroso rinnovarsi, ma che il rinnovamento non significhi imporre suoni striduli, aspri o sgradevoli per il solo scopo di voler apparire per forza  riformisti.
Le riviste letterarie devono promuove tutte le attività poetiche, mettendo  in luce i pregi ed i difetti accertati e condivisi dalla critica corrente. Saranno i lettori a dare più credito a questa o a quella rivista secondo la loro percezione e la loro sensibilità. Oggi le riviste letterarie, nate non per esaltare i propri poeti, che spesso sono gli stessi componenti della redazione, ma per promuovere le iniziative e le nuove tematiche della poesia e della scrittura in generale, hanno il dovere di criticare e di stroncare là dove è necessario, ma anche di far conoscere i veri talenti, spesso oscurati o trascurati dai tanti critici d’arte troppo impegnati in attività più lucrative.
Io non credo e né avallo il giudizio espresso da Javier Marias, 57 anni, scrittore spagnolo, tradotto in tutto il mondo: “Gli artisti, scrittori, poeti o scultori che siano, sono una categoria autodistruttiva. Sono aridi, narcisi, megalomani, provocatori, noiosi, sicuramente peggiori delle loro opere. Non c’è motivo di ammirarli. ”  (dal Corriere della Sera pag 56 del 15. Febbraio 2009). Spero vivamente che ciò non sia vero, ma riflettiamo con la dovuta umiltà.


                                                                             Angelo Sagnelli

Sulla "Novita' della vecchia pittura"



Sintesi di un dibattito organizzato dall'Associazione "in tempo" a Palazzo Santa Chiara sul tema "Novità della vecchia pittura"

Intervento di Carla Mazzoni

Alla domanda <Perché negli anni 2000 ancora "PITTURA FIGURATIVA"? > la mia risposta è
< PITTURA FIGURATIVA PER NECESSITA’>

Necessità interiore dell'artista di dare voce  al suo sé. Un discorso che parte dal suo intimo, dalla  sua esperienza personale in rapporto con le circostanze del mondo. In ogni Opera le immagini,la loro disposizione nello spazio della tela, i colori e la forma che assumono, non sono una scelta arbitraria, ma corrispondono  a questa  “NECESSITA' INTERIORE” .

Nell'Opera d'Arte, come in una composizione musicale dove ogni nota ha un suo suono, modificare anche di poco la forma o i colori, vuol dire modificarne in modo sostanziale il Suono Interiore.
La superficie del quadro è come lo "Spazio  Acustico", è uno Spazio di Contestualità: accadimenti, emozioni, razionalità. 

E'NECESSITA' per l'Artista  rappresentare, in modo esplicito e significativo, la sua Verità interiore e la Verità esteriore, ossia la VERITA’ DI REALTA’, di quella realtà che lui coglie  in anticipo rispetto alla società del suo tempo.
Egli prevede le future implicazioni delle azioni che si svolgono nel presente e con la sua Opera può scuotere il torpore o la "cecità" dei contemporanei.

A questa Necessità interiore ed esteriore, corrispondono gli indivisibili “cosa” e  “come”.

La Forma, il come, è il contenitore del contenuto, il cosa, ed è il cosa che determina la Forma  dell'Opera d'Arte, passando attraverso fasi diverse.
Possiamo evidenziarne tre fasi salienti:
Fase durante la quale l’artista si impegna a rendere palese il contenuto del dipinto, ossia il suo messaggio: è questa una fase di elaborazione, nella quale sono presenti consapevolezza e intenzionalità.
Fase rapida, durante la quale intervengono                                          interiorità, inconsapevolezza e lateralità;
Fase conclusiva durante la quale l’artista     controlla perché l’armonia, o la disarmonia, che ha assunto la Forma dell’immagine, corrisponda al senso che egli vuole dare a quella sua Opera.

Dove è allora la NOVITA’ di questa  pittura?

La NOVITA' è nel codice sempre nuovo del presente  e nel codice del vissuto che appartiene al singolo artista. E’ nella scelta di una pittura di REALTA', realtà in quotidiana trasformazione, realtà non compiuta, realtà in progress

Quindi non Figurazione con tentazione di   naturalismo o descrittivismo dell'immagine tout court. Non crepuscolare “recherche", ma acquisizione e coscienza del passato sul quale fare cardine per rappresentare il presente. Quindi
volontà di dar conto del mondo e della storia, di testimoniare la presenza di una cultura militante e necessità di "poesia". Questi gli obiettivi.

Allora, non parliamo di  “Nuova Figurazione", ma
bensì di "FIGURAZIONE NUOVA", rivoluzione  di contenuti del reale, del sociale,  delle trasformazioni delle abitudini e della morale.

Esenin, poeta della Rivoluzione russa, suicida, lasciò un piccolo scritto <per un uomo la morte è un evento difficile, sconosciuto, ma ancora più nuovo è “vivere">

Carla Mazzoni

lunedì 23 aprile 2012

Riflessioni sul manifesto


Riflessioni sul Manifesto dell'Associazione "in tempo"
di Carla Mazzoni

Qualcuno rimprovera al nostro Manifesto di non essere sufficientemente chiaro.
"In tempo" è un'Associazione culturale, quindi, ovviamente,rispetto ai grandi problemi della nostra società, i nostri obiettivi sono limitati. Ma il nostro messaggio è stato espresso chiaramente: a volte quando le parole ci sembrano oscure è perché non siamo pronti a recepirle, non siamo pronti per quel messaggio. 

Noi ci proponiamo  di mettere a fuoco i vari aspetti nei quali certi problemi che possiamo definire “epocali” si manifestano nel nostro tran-tran di tutti i giorni e ci aspettiamo che molti altri intellettuali e comuni cittadini si uniscano a noi in questa indagine. Un'indagine che oltrepassi quella distanza che quotidianamente separa l'informazione dalla realtà.

Noi vogliamo far emergere il “disagio”  -e quando parliamo di disagio non ci riferiamo ovviamente a quel genere di disagi, sociali ed individuali, che la recente crisi economica ha aggravato e che sono tema di studio degli economisti- ma a quel genere di insicurezza, che noi consideriamo realtà oggettiva, e che possiamo riscontrare anche ai piani alti della più benestante delle società attuali. Quindi nostro compito è cercare di indagare per individuarne le cause. Tenendo presente che l'odierna quasi istantaneità tra causa-effetto tende a farne scomparire  la distinzione, cosicché quando sembra di essere al cuore del problema in realtà se ne stanno prendendo in considerazione ancora solo le frange.

Innegabilmente, la grande novità del nuovo millennio è l'essere scavalcati dalla velocità della macchina SOCIALE globale: Internet, la globalizzazione commerciale ed i nuovi flussi migratori stanno trasformando la SOCIETÀ UMANA IN UNA MACCHINA la cui velocità sta iniziando a scavalcare quella degli individui.
Tutti ricordano quelle scene del film “Tempi moderni” nelle quali Charlie Chaplin finisce col venire travolto dal ritmo vertiginoso della macchina alla quale è addetto. Ovviamente questo problema è datato, “Tempi moderni” risale a più di settant'anni fa.                   
Ma è certo che nel momento in cui le macchine corrono più
veloci di noi il controllato prende il sopravvento sul controllore.
Sono occorsi secoli per capire ed arrivare a sfruttare le potenzialità del "fuoco greco" nascosto sotto i deserti del medio oriente, ma oggi se viene scoperto un giacimento in Kirghizistan, nel giro di qualche settimana troveremo là una cittadella estrattiva con tecnici ed operai di tutte le razze, e una rete di computer che un satellite connette in real-time con il mondo intero, e un guasto di un'ora negli impianti farà oscillare la borsa di Tokio e l'ultimo esponente di una famiglia di samurai commetterà suicidio per aver perso una fortuna in titoli energetici.
In metereologia si suol dire che "Oggi il battito di ali di una farfalla in Etiopia può provocare un tornado in Oklahoma". Questo non è dimostrato, ma è ormai certo che nella nostra struttura socio-economica il tornado segue immediatamente al battito d'ali. Questo ci rende consapevoli e responsabili anche di quanto accade lontano da noi, dall'altra parte del pianeta.

Ma dietro il palcoscenico dello spettacolo globale, ci sono problemi individuali nei quali i ritmi della macchina globale si insinuano in modo a volte evidente, a volte più sottile. Allora il nostro obiettivo è sviscerare le sottigliezze del delicato rapporto psicologico e culturale tra individuo e macchina globale.
In tal senso, noi ci riproponiamo, attraverso una serie di incontri allargati a tutte le discipline e ai vari livelli della società, di far emergere concretamente quel disagio latente che agisce oggi nel profondo degli individui, individui colti da “analfabetismo emotivo” (Z.Bauman), che non sanno più riconoscere e dare un nome alle proprie percezioni, individui affetti come noi da un permanente senso di insicurezza e precarietà.
                         
L'essere umano si è sempre adeguato alle richieste dell'ambiente. L'adattamento implica cambiamenti fisiologici, ma prima di tutto psicologici e culturali.                    
Che genere, o quali generi, di “Sapiens Globale” sono in gestazione?
Alcuni hanno affrontato il cambiamento prima di altri:  lo hanno interiorizzato prima o intuito prima, ad esempio 
McLuhan o filosofi, le cui idee sono precedenti alle realtà in oggetto e che sembrano aver guardato il mondo di oggi in una sfera di cristallo, e alcune categorie professionali, ad esempio i fisici nucleari, che si muovevano già nei primi anni '80 in quella che oggi è divenuta realtà universale.                  
Persone oggi 50/60enni che sono cresciute abituate a comunicare con gli altri in inglese attraverso schermo e tastiera, a cercarsi le informazioni non su giornali e riviste con ormai un ruolo solo di memoria storica, ma in rete.
Questi scienziati hanno sperimentato tra i primi la frustante velocità con la quale le proprie scoperte sono rese obsolete dalla comunicazione elettronica: nel giro di tre mesi i risultati delle ricerche di un gruppo vengono appresi, riadattati e aggiornati da altri gruppi.
E tutti si ritrovano come surfisti perennemente condannati a cercare di non perdere il contatto con la cresta di un'onda che corre più veloce di loro.
Ma l'accelerazione del meccanismo, il così detto “web 2” -l'insieme di tecnologie che mettono alla portata di un bambino di dodici anni la realizzazione di un sito web o l'organizzazione di un social network- fa si che ognuno di noi può trovarsi ad essere utente e competitore degli altri, dove gli altri sono una platea ben più ampia del circuito cittadino. Questo ci trasforma tutti in surfisti, perennemente all'inseguimento della cresta di un'onda che noi stessi contribuiamo a far avanzare.
                        
Il muoversi sempre più in una rete transnazionale con controparti sparse per il mondo, "chattare" in inglese o discutere con qualcuno che non si conosce e che si trova dall'altra parte dell'emisfero ma che ha influenza sulla tua vita e sul tuo lavoro, sta diventando realtà diffusa.        
I gerghi professionali si riempiono di parole esotiche, ed anche la mentalità degli addetti ai lavori finisce per popolarsi di schemi di pensiero di remota origine. Tutto ciò è molto lontano da quello a cui i nostri genitori o gli insegnanti ci avevano preparato. Gli antichi punti di riferimento sono scomparsi e l'individuo non può che trasformarsi in individuo autoreferente.
Tutto allora sembrerebbe disegnare il profilo di un essere umano altamente competitivo, come recita una
famosa canzone di Vasco Rossi “macchine veloci, genti più capaci”, ma poi la stessa canzone ci riporta a terra “non  so che darei per vivere su un'isola”: l'essere umano, non è fatto IN MASSA per vivere di eterna competizione, e la sensazione di molti di noi è quella di una legge della giungla globale, nella quale si sopravvive come il leone e la gazzella del proverbio africano, fino al giorno che si sarà capaci di correre.

Nel momento in cui TANTI hanno un'abilità,i POCHI che non ne sono in possesso si ritrovano marginalizzati. Oggi, il rapporto élite-proletariato culturale si è rovesciato  e i POCHI che non sono in grado di usufruire delle nuove tecnologie fatalmente si ritrovano spaesati. 
Questo ha finito per radicalizzare l'antico timore dell'individuo di mezza età verso l'incombere prematuro della propria obsolescenza professionale o sociale.
Non che la controparte dell'anziano, il giovane, viva con maggiori certezze. Il ciclo di vita delle competenze professionali “update” è decennale al massimo, la competizione con manodopera straniera, magari all'estero dove è lo straniero che gioca in casa, rendono estremamente difficile per lui l'inserimento nel mondo del lavoro o una formazione culturale mirata. Inoltre,   
è evidente che la partita di una formazione appropriata non si chiude con una laurea o un diploma.
                                               
Noi, dell'Associazione "in tempo", ci riproponiamo  di confrontarci con questi giovani  -“parcheggiati” nelle università, nei call center,nel precariato o in frustante convivenza familiare- affetti da quel disagio psicologico e culturale di cui parlavamo inizialmente, vittime di una società che non sa dare senso al loro orizzonte e alla loro vita.
“Abbiamo fatto il nostro raccolto, ma perché tutti i nostri frutti si corrompono?” (Nietzsche).
E' questa la domanda che anche noi dobbiamo porci e a cui cercare di dare una risposta.                              

Roma, 6 Luglio 2009                    

giovedì 19 aprile 2012

La coscienza e il tempo


                          di Ennio Calabria
                                                                                                                                                                         Se oggi le fasce intellettuali vanno spostando la loro attenzione e il loro investimento sui dinamismi espliciti dei processi mentali in adesione ad una società della superficie, il consumismo al contrario diviene l’unico intellettuale (chiamiamolo così) che lavora sulle dimensioni inconsapevoli della personalità, proponendo ad esse di scegliere tra l’esilio e il rientro in patria con un falso documento d’identità.
Ma in questa patria ci sono masse di individui svuotati di anima, vestiti di tecnologie, persi nei telefonini, sensibili al riprodotto, indifferenti all’originale, disposti a festeggiare uno sconosciuto purché famoso, accarezzati da un seducente richiamo che unifica le loro volontà e i loro sogni, in un eccitante conformismo, che riconosce ciascuno dicendogli: “tu vali  .. sei speciale .. proprio per te   ...solo tu ..”
Questo, purtroppo, è il destino delle masse, le quali sono culturalmente sempre subalterne e spostano il proprio interesse dall’originale al riprodotto.
Tuttavia, nell’attuale assetto sociale, la massa è l’interlocutore decisivo delle strategie economiche ed impone alle dimensione degli scambi reali della società la graduale esclusione dei livelli alti della cultura, perché essi producono e inducono differenziati livelli di appetizione a causa del loro spirito critico e della loro capacità di autonomia. La massa invece è economicamente utilizzabile se si identifica un minimo comun denominatore che sia capace di livellare i desideri, le volontà e la percezione dei bisogni. Su questo poggia il grande inganno: l’identità individuale è autorizzata ad esistere socialmente proprio attraverso la sua morte per conformismo.
Questo inganno oggi ha particolare successo perché si è prodotto un inedito divorzio tra due fondamentali dimensioni della personalità psichica: quella pragmatica, che ha necessità di lavorare in tempo reale sulla fase conclusa dei processi e sui codici già definiti; e quella complessa, che ospita il processo in atto e che è espressione delle dimensioni introspettive della personalità, agite dall’attività dell’inconscio e fondamentali per rinvenire le cause prime dei successivi comportamenti.
Tale divorzio ha distrutto la collaborazione tra queste due necessarie parti della psiche che, separate, non hanno più capacità di autonomia e di libera identificazione del valore, né possono più identificare un soddisfacente rapporto di causa effetto che spieghi i fenomeni.
Ciò appare evidente osservando l’attuale limitata capacità della politica di leggere la realtà sociale in rapporto ai processi mentali che l’agiscono.
 Tale divorzio decreta non solo la fine dell’interazione tra queste due polarità, ma annulla la stessa disposizione a fare interagire qualsiasi altra polarità con la sua antagonista. Per cui il pensiero dualistico perde vitalità, la cultura collassa nel nozionismo e le esperienze non si relazionano più tra loro, ma semplicemente coesistono.
Tutto ciò che ho detto è causato dall’alto livello della velocità degli scambi.
In questo scenario, infatti, si modificano anche le circostanze di identificazione delle identità. Ad una velocità più lenta, per esempio, un pittore (che utilizzo proprio come soggetto emblematico) disegnava i contorni dell’oggetto, e ciò significava che tra lui e quell’oggetto esisteva una distanza sufficiente, uno spazio temporale e mentale che gli consentiva di definire i confini dell’oggetto stesso.
Ora, per l’alta velocità degli scambi, quel pittore collassa nell’oggetto, diviene parte di esso: e lo azzanna il terrore di non riuscire a identificare più non solo i confini dell’oggetto, ma gli stessi confini di sé.
Cosa fare? Occorre spostarsi indietro fino a ritrovare i propri geni, che essendo diversi da quelli dell’oggetto esterno, gli consentono di ridefinire la propria identità. Da ciò deriva che l’identità di un artista oggi non è più nel suo racconto, ma nel suo primigenio nesso associativo.
Forse questo è il dinamismo che spiega il radicalizzarsi dei fondamentalismi, che inconsapevolmente cercano nei propri caratteri primigenii la strategia per difendere la propria identità, incalzata da una tecnologia globalizzata, invasiva e cosificante.
Sembra quasi che l’alternativa stia tra il rischio di una robotizzazione e quello di una regressione che sembra essere, nella sua violenza, un’inconsapevole reazione umana alla disumanizzazione.
In questo quadro diviene evidente la necessità di porre fine all’esperienza interdisciplinare del ‘900, in cui la disciplina, subordinando la propria integrità ad una pura ipotesi ideologica, quella dell’unità della poesia, cedeva parti di sé alle altre discipline, penalizzando così la propria potenza di verità.
Oggi appare chiaro che una disciplina deve radicalizzarsi in sé, andando caso mai a rinvenire nei propri tratti fondanti le ragioni primigenie della propria natura e funzione.
Comunque, tornando alle due dimensioni della personalità ormai separate, vorrei precisare che ad esse corrispondono in arte due comportamenti produttivi nettamente differenti tra loro e, di conseguenza, due diverse definizioni della natura dell’arte.
Uno dei due filoni è il così detto  “sistema dell’arte“ che, in derivazione dal dominio ormai assoluto della società pragmatica (o, per meglio dire, della società della superficie), esclude anch’esso, pur nelle sue molteplici articolazioni, le dimensioni introspettive della personalità, e quindi esclude l’attività dell’inconscio.
In questo caso l’artista utilizza soltanto la propria cultura, concettuale  o estetica che sia, il proprio gusto e infine la propria manualità; oppure costruisce un equivalenza tra livello tecnologico e qualità estetica.  Egli esteticizza concetti per lo più preesistenti, li emozionalizza a volte, ma non li genera, perché escludendo l’attività dell’inconscio si comporta come un ragioniere informato esteticamente, ma anche consapevole che non conta la verità in sé, ma ciò che può sembrare vero. Naturalmente non può rinunciare a richiamare l’attenzione del fruitore, magari usando il sensazionalismo, ma poi quando quello si volta, l’artista non ha spesso nulla  innovatore, ma in realtà si tratta ormai, purtroppo, di una odierna arte di regime, una ormai stanca accademia che canta la stessa vuota canzone, ignara che nel frattempo la vita è andata avanti, molto molto avanti…
Quanto all’altro comportamento artistico, quello che deriva dalle dimensioni complesse della personalità esiliate dalla realtà dei dinamismi sociali, per brevità non ne parlo, visto che la sua configurazione credo emerga dall’intero mio scritto. L’anima e Dio sono volati via e forse qualche volta si recano a trovare le dimensioni introspettive della personalità individuale nel loro esilio, e magari ad aiutarle a ritrovare le parole per esprimersi, quelle parole che sono state  loro confiscate quando sono state cacciate fuori dalla persona sociale.
Questi spessori profondi della personalità si sono rifugiati nel profondo di essa, nascosti persino alla coscienza consapevole, che odiano perché in essa riconoscono la società che li ha esiliati e cercano di aggredirla di sorpresa.
Quando leggiamo la cronaca nera ci troviamo di fronte a fatti tragici in cui non riusciamo a costruire un rapporto soddisfacente di causa/effetto. Ecco, forse sono loro, le dimensioni complesse, le vere responsabili. E quelli che hanno compiuto quel crimine spaventoso se ne chiedono il perché.
Ma se in esilio si piange, anche in patria non si ride. L’individuo ormai regredito è nudo nella sua animalità. La coscienza è frastornata e vuota; il corpo, anch’esso regredito a “oggetto” della natura perché separato dalla sua psichicità, pesa come mai in passato sull’elaborazione di ciò che resta di una coscienza scissa e confusa.
Così questo tipo di uomo non ha più la forza di dissociarsi dall’automatismo della natura, si fa simbiotico alle sue leggi spietate e sembra regredire a tal punto da opacizzare in sé quella grande conquista evolutiva che è l’autocoscienza.
Ciascuno sprofonda in una tetra autoreferenzialità. In tale autoreferenzialità le esperienze coesistono, senza che si stabilisca tra esse una relazione di senso. L’unica relazione possibile si configura come rapporto di forza tra le reciproche capacità di impatto espositivo. 
L’autorità del piano oggettivo delle convenzioni sociali ha perduto credibilità. E’ divenuta il teatro in cui infiniti attori recitano ciascuno per proprio conto, e se ci sarà un copione unificante la coscienza, questo accadrà in un incerto futuro.
La coscienza collettiva non esiste più, ma è divenuta falsa coscienza, in cui vero e falso si interscambiano, e la loro reciproca verità deriva soltanto dal buon esito dell’affare. Solo la travagliata coscienza individuale in profonda trasformazione è forse capace di produrre, a volte, testimonianza di verità, ma l’angoscia aggredisce perché si ha l’impressione che d’ora in poi la produzione creativa della coscienza individuale non avrà più speranza di essere giudicata e pertanto di poter essere riconosciuta come bene collettivo. Essa rischia di restare separata e di poter avere forse solo rapporti con qualche anima gemella che, per ragioni altrettanto oscure, la sentirà vicina a sé.
Io ho come l’impressione di vivere in uno spazio chiuso senza specchi. Mi tocco il volto e spero di essere come mi immagino, ma  non posso esserne certo perché non ho specchi.
In sostanza non sono giudicabile. Ciò non dovrebbe stupire, visto che oggi i valori non sono identificabili, se non per ciò che producono economicamente.
Ma la tristezza irrompe  perché sento che quegli ambìti specchi che ti definiscono non torneranno forse più. Saremo noi pittori che concepiamo l’arte come necessità (perché essa consente di reinventare quell’arto, che la vita ci ha amputato) i ventriloqui che usano l’aria interna per parlare ad un esterno ormai sordo.
Dicevo che Dio forse va a visitare la personalità introspettiva esiliata. Ma non è possibile anche che si intenerisca di fronte a questo uomo di nuovo nudo?  Non è possibile che egli voglia che l’orientamento venga riconosciuto nel farsi stesso della vita, perché in essa c’è qualcosa di “universale” ?
Ma poi per l’aumento abnorme della velocità  con cui ormai la nostra mente scambia, non si è forse prodotta una nuova articolazione del tempo per cui anche il passato prossimo è ormai tanto remoto che non ha più nulla a che vedere con il nostro presente? Questo uomo nudo di simboli  e di passato è oggettivamente “spaesato”. Certo, così come i capelli diventano tiepidi per la luce del sole anche quando il sole non c’è, noi avvertiamo il sospiro del passato, ma è un dialogo con il passato fatto di sintomi non più verbalizzabili. I sintomi, infatti, sono molto compatibili con il corpo che in questa fase diviene un prezioso informatore della mente complessa, perché non interpreta le informazioni che riceve ma, appunto, le sintomatizza, cioè ne amplia le implicazioni sulla personalità. E’ come se avessimo fisiologizzato  la storia e la memoria. E’ come se ci preparassimo ad accogliere  un  oltre la storia.
Voglio dire che non ci troviamo di fronte a patologie momentanee di una società che conserva la propria natura di sempre. Ci troviamo invece di fronte a vere mutazioni. Non si tratta, come pensano molti intellettuali, di deviazioni, per esempio, ideologiche, ideali e religiose o comunque derivanti da cause di natura direttamente antropomorfa. Ci troviamo invece di fronte ad ibridi, cioè a dire a fattori dimensionali, quali la velocità, lo spazio, il tempo.
Prima tempo e spazio pattinavano assieme. Ora il tempo se ne va oltre e si fa tempo della coscienza. Duttile e sfuggente,  trasporta nella sua corsa il dato, sino al turbinio dei nostri dubbi e delle nostre impotenze. Così quegli intellettuali non si rendono conto che infinite particelle di a-storia entrano con violenza nel farsi della storia e che la stessa coscienza è in trasformazione strutturale, poiché va cedendo i propri attributi morali sostituendoli con il concetto di “funzione” che nei casi fortunati si fa “evolutiva” . Questi intellettuali di conseguenza non si rendono  conto che ciò comporta la necessità di rifondare i loro stessi riferimenti.
Del resto il relativismo,  relativizzando ogni posizione ideologica e ogni sistema di pensiero su cui si reggeva la possibile interpretazione della vita, rinvia alla vita stessa, riconoscendola  come “motore primigenio” da cui deriva il pensiero che, oggi, ne diviene “servizio”.
Lo stesso fenomeno, che prima veniva significato dal suo esterno grazie ad un sistema di pensieri condiviso, oggi propone al suo esterno se stesso, comprensivo della propria interpretazione.
Così oggi il vivente diviene una fonte informativa che, al suo apparire, condanna le parole ad un lontano ieri.
Ecco, non è forse possibile che le potenzialità del corpo, di fronte ad uno scenario inedito, richiedano oggi alla mente una maggior umiltà per costruire una comune strategia difensiva dell’individuo, che si fondi su una necessaria maggior pariteticità  di investimenti?
E qui vorrei farmi e fare una domanda. Può il soggetto nella sua forma storica, cioè un soggetto che muove da certezze che lo procedono, ma sempre in coerenza di consenso o di contestazione con esse, può tale forma di soggetto reggere all’irruzione di quell’ibrido dimensionale di cui ho detto?
Può riuscire a rapportarsi ad una coscienza non più preorganizzata dal già pensato? Può sopravvivere allo spaesamento generato dalla perdita di orientamenti certi e durevoli?
Può rapportarsi ad un potere anch’esso cosificato e cosificante, com’è quello presente, ormai simbiotico all’automatismo del modello economico che ci sta di fronte?
Può accettare che la figura simbolica del padre docente non sia più collocata nel passato, ma sia espressione ormai dello sconosciuto futuro e che in esso alloggi?
Sino ad ora ci siamo ritenuti responsabili soltanto di ciò di cui abbiamo consapevolezza.
Abbiamo ignorato che sia le nostre azioni consapevoli sia quelle inconsapevoli producono effetti sull’ambiente.
Forse iniziamo oggi a comprendere che le attività di quelle parti della psiche, sempre ignorate dalla storiografia e dalla collettività in quanto ritenute separate dalla coscienza (perché esterne al territorio di cui la coscienza si fa carico), devono oggi essere reintegrate entro la responsabilità della coscienza sociale.
Ciò comporta questioni importantissime che già forse inconsapevolmente, ma con determinazione, sono apparse nel travaglio dell’arte del primo 900.
In sintesi, in quel travaglio credo fosse decisiva la necessità di sperimentare una nuova forma della soggettività capace di contenere in sé nel contempo sia il soggetto consapevole, sia quello inconsapevole; sia il progetto, sia la casualità; e – io aggiungerei – sia la storia, sia i nuovi ibridi causati da eventi dimensionali, cioè, come già detto, da particelle di a-storia, di cui forse il processo di industrializzazione anticipava una possibile rappresentazione.
Quegli artisti del primo ‘900, per vie diverse, avevano presagito e percepito la crisi della forma storica di un soggetto che muoveva da certezze che, se pur negate, restavano comunque per lui l’orientamento; soggetto che pretendeva di controllare tutto e di riportare ai propri schemi l’azione della casualità, negando ad essa la sua libertà.
Duchamp, per esempio, spinge la propria creatività individuale e la sua diretta responsabilità consapevole sino al negare l’efficacia della logica. Egli fa appunto questo nell’affermare che un oggetto recupera il significato più innovativo di sé quando abbandona (o meglio, si sottrae) alla consequenzialità prevedibile dal suo contesto logicamente funzionale.
Poi Duchamp affida ad uno spazio espositivo l’oggetto che, decontestualizzato, perde non solo la sua funzione, ma anche la sua appartenenza ad una percezione collettiva e condivisa.  E da quel momento saranno i visitatori a ri-percepirlo, ciascuno attraverso le proprie soggettive emozioni.
I futuristi non hanno posto in crisi il soggetto nella sua forma storica nella misura di Duchamp ma, forse per influenza nietzschiana, ne hanno iperpotenziato le risorse, al punto da immaginarlo capace di simbiosi con la velocità e con le sue tecnologie.
Tuttavia, pur avendo i futuristi avviato un nodo problematico di cui alcuni elementi oggi tornano nei processi digitali dell’immagine come distinzione tra carne, corpo e tecnologia; pur nelle svariate scomposizioni dell’immagine; pur nella fantasia disumanizzante; pur nel sogno di simbiosi con la velocità e la macchina; pur nel non-abbandono della retinicità, per essi si trattò di una vitale corsa, almeno nella maggior parte dei casi, lungo il processo lineare del tempo e del pensiero, lontano dalla postuma intuizione tridimensionale di Fontana.
Klee cerca cosa rende l’uomo, e forse l’artista, unici, non clonabili, necessari e non alienabili ed identifica questo quid con l’inconscio.
La stessa avanguardia sovietica pone in crisi il soggetto dirigistico attraverso la condanna del soggetto sciamanico in cui identificava l’artista nella sua individualità. L’artista non doveva essere considerato come un’eccellenza creativa, ma come un portatore di tecniche e di sapere estetico, mentre i contenuti ce li avrebbe messi la gente nella sua creatività quotidiana. Si tratta dello stesso concetto che Duchamp esprime quando delega ad altri la definizione dell’oggetto decontestualizzato.
Infine, tra i pochi esempi significativi che posso portare per brevità, c’è il caso Pollock.
Pollock, come Duchamp, sente i limiti del proprio controllo diretto sull’opera e allora, quasi per liberarsene, spinge il proprio controllo sino a progettare il gesto che lo liberi da se stesso. Questo gesto segna la fine del controllo ed apre alla sovrana libertà delle casuali colature della materia, liberata dall’automatismo di un gesto scudisciante della mano.
Ma al contrario di Duchamp, Pollock affronta la grande questione della trasformazione della soggettività, assumendo tale trasformazione in una continuità con se stesso.
Come in uno stato ipnotico per la reiterazione del vagare tra sapere e non sapere, egli si fa carico della sovrana libertà della casualità, ma senza vessarla e senza riportarla al sé consapevole.
Così, come un medium si pone come canale vuoto che l’entità utilizzerà nella propria autonomia, Pollock si lascia utilizzare da quella capricciosa e imprevedibile entità che è il “caso”,  e ne dà testimonianza nella continuità di se stesso.
Io credo che nella semicoscenza Pollock in qualche modo sia riuscito a modificare la propria, diciamo, velocità psichica. Ciò gli consentiva di accompagnare l’accidentale prodursi della forma e di assumersene la responsabilità in tempo reale, divenendo egli stesso servizio di quell’accadere.
Forse in questo si coglie la fondamentale differenza tra la pratica dell’arte e quella della scienza. Parlo di pratica poiché l’intuizione iniziale, quella che muove a cercare conferme, è la stessa per l’artista e per lo scienziato. La differenza invece tra essi si configura nello specifico modo con cui ciascuno di essi si rapporta allo sconosciuto.
Il matematico Shannon sostiene che ad un certo livello di entropia corrisponde l’azzeramento delle informazioni. Spesso per l’artista, dotato com’è di velocità psichica, questo non è del tutto vero, anzi spesso quel livello entropico potrebbe configurarsi come un magazzino di potenziali informazioni. Insomma, quella lateralità con cui si etichettava l’artista per escluderlo di fatto dalla realtà, oggi è necessaria proprio per riconoscere la realtà.
In tal senso la richiesta che Obama ha rivolto proprio in questi giorni al regista James Cameron di impegnare la sua immaginazione per contribuire all’arresto del versamento di petrolio nel mare, impresa in cui la scienza per ora ha fallito, mi pare veramente emblematica e di grande significato.
                                                                                    
                                                                                    Ennio  Calabria