lunedì 5 novembre 2018

"Verso"

Verso
.
Sabato 3 novembre  2018 Invito/Comunicato Mostra "VERSO"
INVITO - COMUNICATO STAMPA

Mostra:
"VERSO" 
Preferiti
via G. Mompiani, 1/A
00192 Roma (v.le delle Milizie, Metro Ottaviano )
info:             
+39.3473735109
+39.3492969838
Apertura Mostra:
martedì 6 novembre
ore 17,30
Drink
La mostra resterà aperta dal 6 novembre all'11 dicembre con il seguente orario
mart./ven.
11-13 / 16-19
sab. 11-13
Ingresso libero
Organizzazione:
Preferiti
     &
Chapeau
.....
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Tre artisti - Una mostra
FRANCO FERRARI
CARLO FRISARDI
DANILO MAESTOSI
Testo critico in catalogo di
Marco Testi
martedì 6 novembre
ore 17,30

Mostra a cura di
Carla Mazzoni e Massimo Rossi

I tre artisti, uniti in un'unica mostra da comuni intenti, si avvicenderanno, in due sale della galleria, in tre differenti date per presentare ognuno, per la durata di 10 giorni consecutivi, una rassegna personale che permetta ai visitatori di approfondire il rispettivo lavoro 

Immagine
Franco Ferrari
6 - 16 novembre
Se io vedo e penso e nuoto il riflesso, è perché all'altro estremo c'è il sole che lancia i suoi raggi. Conta solo l'origine di ciò che è: qualcosa che il mio sguardo non può sostenere se non in forma attenuata come in questo tramonto. Tutto il resto è riflesso tra i riflessi, me compreso. (Italo Calvino, La spada del sole)    
Carlo Frisardi
17 - 27 novembre
Anche le parole che ora diciamo il tempo nella sua rapina ha già portato via e  nulla torna.(Ovidio,Odi)
Danilo Maestosi
      28 novembre       11 dicembre
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo nasce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimenti continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)
             mazzoni1000@gmail.com                       www.carlamazzoni.info                       blog: www.preferitiblog.com
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mercoledì 8 novembre 2017

Parole in tempo



Associazione Culturale in tempo

Presentazione del Manifesto per l’arte. Pittura e Scultura
Inaugurazione della mostra Parole in tempo...
Campagna acquisizione nuovi soci e raccolta fondi

Plus Arte Puls Viale G. Mazzini 1, Roma
martedì 7 novembre 2017  ore 17.30

Presso Plus Arte Puls, martedì 7 novembre alle ore 17,30 L’Associazione in tempo presenterà il Manifesto per l’arte. Pittura e scultura. Nella stessa serata si inaugurerà la mostra Parole in tempo, nella quale esporranno gli artisti dell’Associazione e, contestualmente, si aprirà la Campagna acquisizione nuovi soci e raccolta fondi in sostegno dei nuovi progetti e degli obiettivi che l’Associazione intende realizzare.
Sulle problematiche attuali che riguardano non solo l'arte, in rapporto ai grandi mutamenti della nostra epoca, si è confrontata sin dall'inizio della sua costituzione l'Associazione in tempo, dalle cui riflessioni emerge la necessità di rifondare le ragioni dell'arte e di dare centralità alla potenza “rivoluzionaria” dei processi creativi dell'essere, perché è là che si manifesta il “non conosciuto”, input generativo della vita.

Il Manifesto per l’arte. Pittura e scultura: Dopo il Manifesto fondativo, l’Associazione in tempo presenta un      nuovo Manifesto con il quale prende una netta posizione sull’arte, in particolare sulla pittura e scultura.
Nella premessa si legge: “Muoviamo da uno specifico riferimento alla pittura e alla scultura in quanto, per loro natura, si pongono potenzialmente come l’antitesi più profonda nei confronti della società della “superficie”, che esclude il valore fondante della soggettività. Nella pittura e nella scultura la forza conoscitiva dell’inconsapevolezza ha un ruolo decisivo nel sottrarle a quel frequente sostituire la verità dell’autore con una presunta verità e, come tale, opinione. Intendiamo iniziare a definire un processo creativo il cui spirito riteniamo contenga un orientamento nuovo e vitale estensibile agli altri ambiti disciplinari […] Intendiamo promuovere un futuro Manifesto sulle arti e sulla cultura in rapporto alle grandi mutazioni del tempo, che dovrà derivare dalla coesistenza dei Manifesti generati dai diversi punti di vista disciplinari.”
   In alcuni passi del Manifesto si dichiara: “Sosteniamo l’originale, unicità creativa come antitesi allo
   spirito di un’epoca che vive la norma della riproducibilità dei processi mentali”.
  “Muoviamo dalla pittura e dalla scultura, perché ci consentono una prima occasione per esemplificare l’ipotesi
   di un processo creativo agito dall’inedito ingresso della soggettività dell’essere nella storia.“

La mostra dal titolo Parole in tempo... : Gli artisti dell'Associazione che condividono, pur nella diversità, per generazione e per percorso artistico, un comune sentire ed un comune orientamento, nella mostra si sono ispirati ad alcune parole emblematiche, quali, velocità, relativismo, spaesamento, mutazioni, silenzio-rumore, profondità-superficie, comunicazione, ascolto, che connotano la riflessione sulle mutazioni socio-culturali in atto portata avanti dagli associati in questi anni. Gli artisti: Patrizia Borrelli Valeria Cademartori Ennio Calabria Antonella Catini Giovambattista Cuocolo Dario Falasca Franco Ferrari Carlo Frisardi Simonetta Gagliano Giuseppe Indaimo Ernesto Lamagna Stefania Lubrani Danilo Maestosi Ferruccio Maierna Dino Masella Piero Meogrossi Alfio Mongelli Marilisa Pizzorno Nino Pollini Nicola Santarelli Duccio Tringali.

La Campagna acquisizione nuovi soci e raccolta fondi: Per perseguire i propri intenti e realizzare i nuovi progetti nell’ambito dell’arte, della cultura e della società, anche riguardo alla divulgazione di questo Manifesto per l’arte, l’Associazione ha sentito necessario portare avanti il confronto con il sostegno e il contributo di coloro che vorranno condividerne gli obiettivi e aderirvi entrando a farne parte.



 Plus Arte Puls  Viale Mazzini 1, Roma  | Info: 3338911952 - intempo@live.it

dal 7 al 12 novembre 2017 | orari
martedì - sabato: ore 11 -13 / 16-19.30 - domenica 11- 13

Manifesto per l’arte. Pittura e Scultura



Sulle problematiche attuali che riguardano non solo l'arte, in rapporto ai grandi mutamenti della nostra epoca, si è confrontata sin dall'inizio della sua costituzione l'Associazione in tempo, dalle cui riflessioni emerge la necessità di rifondare le ragioni dell'arte e di dare centralità alla potenza “rivoluzionaria” dei processi creativi dell'essere, perché è là che si manifesta il “non conosciuto”, input generativo della vita. Con tali premesse, dopo il Manifesto fondativo, l’Associazione in tempo ha sentito l'urgenza di un nuovo Manifesto con il quale prendere una netta posizione sull’arte, in particolare sulla pittura e scultura.

Pertanto, vi invitiamo a leggere e, se lo condividete, ad aderire al nostro "Manifesto per larte. Pittura e Scultura” lasciando, se possibile, un vostro breve commento esprimendo anche gli eventuali motivi per i quali vi sentite in disaccordo. Qualsiasi risposta sarà per noi un prezioso contributo di confronto.  Grazie!

Per ADERIRE al "MANIFESTO PER L’ARTE. PITTURA E SCULTURA”, indicando nome e cognome, professione, città, scrivere a:  intempo@live.it



venerdì 25 settembre 2015

Video-Manfesto


On-line il video.manifesto dell'associazione,
 apertura del canale youtube.


A cinque anni dalla nascita della nostra Associazione, abbiamo sentito l’esigenza di avviare una riflessione ripartendo dal nostro Manifesto. 
Nel testo, abbiamo individuato alcune parole particolarmente significative e sintomatiche dei mutamenti epocali che la società e le coscienze individuali stanno attraversando. Per le ragioni stesse che ci hanno associato, è per noi fondamentale e necessario, riuscire a condividere questa riflessione attraverso il confronto con gli altri, fuori dal nostro contesto associativo. 
Per facilitarne la lettura, abbiamo pensato di proporvi, di volta in volta e di settimana in settimana, i termini individuati con i relativi commenti. 
Fiduciosi, vi invitiamo caldamente a visitare il nostro sito e a dire la vostra. Qualsiasi siano le vostre risposte, saranno per noi un contributo davvero molto prezioso nella direzione di un'indagine conoscitiva sullo stato delle cose riferite ai grandi mutamenti in atto. 
Il Presidente
Rita Pedonesi
                                                                                
                                                                                
Associazione “in tempo”  - Parole nel nostro Manifesto sulle quali riflettere:
mutazione; comunicazione; profondità – superficie; spaesamento; silenzio – rumore; velocità; ascolto, virile non virile. Testi di: Danilo Maestosi, Ida Mitrano, Carla Mazzoni, Rita Pedonesi, Franco Ferrari.

Danilo Maestosi

Profondità-superficie

Per chi percorre i sentieri della pittura la superficie è il porto di partenza. Segni e colore sono il sigillo con cui si impadronisce di questo spazio: una tela, un foglio, una tavola, un muro da affrescare. Per trasformarlo, modellarlo, esplorarlo, adattarlo a propria misura. Aprircisi un varco. Perchè il demone che ossessiona l’artista che abita questo universo a due dimensioni è trovare il passaggio segreto verso una terza dimensione, quella che qualunque oggetto occupa nella realtà. L’artificio più rigoroso verso questo aldilà fù l’invenzione della prospettiva, quello più azzardato il taglio delle tele di Fontana, quello più tecnologico lo spettro dell’ologramma. Avvicinamenti geniali, niente più perchè entrambi inseguono l’illusione, la complicità del come se. La profondità come geografia dell’impossibile. Ecco dunque una seconda profondità con cui ogni pittore deve fare i conti, quella che racchiude il mistero stesso, il senso, la verità della sua arte. E’ la soglia da attraversare se non si vuole restare imprigionati dentro la grotta della superficie. Una sistemazione protetta di cui molti si accontentano: la pittura come decorazione, l’apparenza e la virtualità come unico metro del reale. Sono gli artisti della resa che si rassegnano all’evidenza del mondo o della sua riduzione a puro concetto, a volte solo enunciato: le schiera delle pop art e del minimalismo ne sono piene. Artisti che rinunciano in partenza a cimentarsi con la propria sconfitta, la morte sempre dietro l’angolo, a non levar mai l’ancora e mettersi in viaggio verso il mistero. Mistero che è sempre più compito primario, territorio privilegiato della pittura, in una società che ha perso bussole, in un universo della comunicazione che separa l’uomo dalla propria essenza, lo sottomette al bombardamento di immagini, a una velocità da robot rassegnati e ammaestrabili, ad una vita di superficie, ad una logica di sistema che ha annichilito anche la pittura, aumentando la distanza tra l’opera d’arte e il pubblico che dovrebbe fruirne. Unica via d’uscita è tornare a immergersi , tuffarsi verso il fondo scendere dove l’impulso vitale è magma indistinto e non addomesticato. E offrire nelle proprie opere gli echi i rimbalzi di questi palpiti, questi frammenti di senso in gestazione.


Mutazioni.
Guai confondere questo termine, che attiene nella sua accezione comune alla sfera delle genetica e agli scenari della lotta per la sopravvivenza della specie disegnati dal darwinismo, con quello di cambiamento che accompagna tutte le nostre esperienze individuali e collettive di essere umani. Certo la condizione umana sta cambiando a velocità vertiginosa, scienza e tecnologia continuano a proporci mutamenti in tutte le direzioni. A imporci svolte che consideriamo epocali, perchè alterano il nostro modo di rapportarci con il mondo, con gli altri e con noi stessi. Generano linguaggi che dobbiamo padroneggiare per non porci fuori dal flusso della Storia, non perdere il contatto con le generazioni successive. Ma evocare il termine mutazione, che sa di trasformazione definitiva come guadagnare o perdere un proprio arto, per segnalare il nostro sconcerto può comportare il rischio di confondere il tempo dilatato che scandisce l’evoluzione della Specie con quelli mordi e fuggi della nostra esistenza e della nostra adattabilità. Cavalcare la paura che genera mostri, trasformando i mutanti in alieni, invece che l’ansia rigenerante della profezia.


Ida Mitrano

Ascolto
“Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili” (Marianella Sclavi). Ascoltare non è un atto superficiale, al contrario è un condicio sine qua non dell’apertura al “ non sapere”, a ciò che non si conosce e ciò che è inconoscibile. Dovrebbe far parte della formazione culturale di tutti.
L’esperienza dell’ascolto consente di entrare in relazione con l’altro (con l’opera) ma richiede spaziosità. Si crea la condizione dell’ascolto quando si riesce a fare vuoto dentro sé  per fare spazio all’altro, ad altro, nella direzione del processo generativo. Nell’esperienza dell’ascolto diventa possibile cogliere il “nuovo” solo connettendosi al dinamismo creativo che produce l’opera, con l’opera nel suo farsi.

L’ascolto non è un atto passivo, al contrario richiede attenzione, partecipazione. L’interattività con l’opera è autentica, non è manipolata da intelligenze artificiali cui è affidato il tempo e la gestione emotiva dell’incontro con l’opera.
Ascoltare è un atto complesso. Richiede un silenzio interiore per cogliere quei segnali “che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze” (Marianella Sclavi), eppure così significativi nel loro essere degli input di svelamento dell’opera e dell’uomo.

Compito dell’artista è scuotere l’altro, non sedurlo. Da dentro di sé a dentro l’altro nel dialogo con l’altro, nel quale si manifesta il “non detto” dell’opera.
L’ascolto è dunque un processo esso stesso, un dialogo a tre: l’artista, l’opera,
il fruitore.

Ideogramma cinese della parola “ascoltare”
Secondo la cultura cinese, l’ascolto richiede cinque elementi: da un lato, l’orecchio; dall’altra l’occhio, l’importanza dello sguardo e della relazione  (“l’altro”), l’attenzione unitaria (“il qui e ora”) e il cuore (partecipazione, comprensione, accettazione profonda).

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Necessità
Più che un input,  è un vero e proprio motore di ricerca fondamentale nei processi della vita. La condizione dell’artista nasce dalla necessità, senza la quale l’opera non ha forza espressiva, potenza generativa.
Necessità come esigenza assoluta, come impossibilità di essere altro o fare altro, di essere diversamente da come è. “Un’opera d’arte è buona, s’è nata da necessità” (Rainer Maria Rilke)
Ritengo che arte-necessità sia un binomio imprescindibile. L’arte è assolutamente necessaria e nasce da necessità.

Carla Mazzoni

Ascolto – Rumore – Silenzio - Velocità
La velocità nei nostri ritmi viene anche definita "tirannìa dell'istante".
Abbiamo eliminato la memoria del passato e la cultura della velocità c'impedisce di progettare il futuro. Dobbiamo vivere quel  qui e ora che fugge velocemente. Si parla di  "rinegoziazione del tempo". Anche l'apprendimento deve essere rapido e, meglio se presto dimenticato così da rendersi disponibili al nuovo che incalza.
La cultura del qui e ora premia la velocità e  non può permettersi il lusso di praticare l'ascolto sia del sè che degli altri. C'è grande frastuono, perché tutti alzano i toni per  catturare l'attenzione degli altri nella tirannia dell'istante  e rendersi visibili laddove la visibilità quasi sempre  si  ottiene solo con il successo economico.            

Mutazione – Profondità – Superfice
Abbiamo anestetizzato i nostri sensi e smarrito il rapporto con le cose, delle quali
riconosciamo solo il significato che praticandole gli abbiamo attribuito.
Abbiamo perso quell'emotività, quella compromissione affettiva che ci dava il senso  della vita e delle cose. Viviamo come individui insensibili, e la nostra vita è diventata priva di pathos e di senso. Possiamo definire questa mutazione come una patologia delle società occidentali nella modernità..  


                                       
Rita Pedonesi

Mutazione
Nel manifesto si fa riferimento a segnali inquietanti nei processi mentali considerandoli non come momentanee patologie, ma come mutazioni irreversibili, organiche all’attuale modello di sviluppo delle società occidentali.
Alla luce dell’approfondimento etimologico del termine mutazione e di una più attenta rilettura del nostro manifesto, trovo che il termine sia significativo, ma azzardato per alcuni, dei grandi mutamenti in atto che stanno sconvolgendo non solo le coscienze, ma l’intera Unità psico –fisica degli individui. In questo quadro, l’aggettivo “irreversibili”, riferito alle mutazioni, è solo un rafforzativo del termine, dato che le mutazioni si definiscono tali, proprio in quanto irreversibili.
Per quel che ci riguarda, un’indagine conoscitiva sullo stato delle cose pone innanzitutto un interrogativo: si tratta o no di vere e proprie mutazioni dei processi mentali?  Se così è, quale potrà essere il loro esito sul destino della specie? Considerando quel che sappiamo dal punto di vista biologico, le mutazioni di solito portano un difetto funzionale, talvolta, invece, un vantaggio per l’organismo mutato.
Sappiamo anche che un carico mutazionale eccessivo può portare alla morte o all’estinzione della specie. Ora in rapporto a questi grandi mutamenti che stanno sconvolgendo le coscienze individuali, ne percepiamo l’ampia portata e la dimensione sintomatica di ciò che stanno producendo dentro e fuori di noi. Rispetto a questo disagio alcuni, ed io mi sento tra questi, si sentono spinti, forse geneticamente, in modo più o meno consapevole, dalla necessità di sentirsi simili a degli “anticorpi” capaci di opporsi a ciò in cui non si riconoscono e che avvertono come minaccia per la specie. Percepiamo di aver individuato una strada attraverso la connessione, l’ascolto interiore di quei sintomi e in un confronto aperto e creativo con gli altri, intravediamo la possibilità di rincontrare, identificare e difendere, quelli che Ennio Calabria definisce molto bene come i “fondamentali dell’Umano”.
Siamo consapevoli che il mistero dell’arte, in primo luogo, può sondare, scandagliare, ciò che, al di sotto della nostra coscienza consapevole, non è ancora verbalizzabile e inviarci segnali di orientamento da questa dimensione.

Profondità – superficie
Ci sentiamo nostro malgrado appiattiti su tutto quello che ci è indotto come necessità dalla società della “superficie”. Sentiamo il disagio di ciò che non ci appartiene, la difficoltà di sottrarci a quei meccanismi che come strade obbligate hanno escluso il nostro universo interiore, misterioso e profondo, ma attratti e impauriti da questa profondità sconosciuta, avvertiamo che la bussola del nostro orientamento la possiamo percepire attraverso la nostra vera necessità: quella di connetterci con questa profondità creativa per dare voce e corpo, agli input che ci invia.

Ascolto
Sempre nel manifesto si legge: “Ci associamo come premessa fondativa di una società alternativa capace di ascolto, in opposizione alla grande società che non ascolta.” E alla fine “vogliamo aiutare queste latenti comunicazioni, oggi inascoltate, a trovare espressione e cittadinanza nella cultura sociale riconosciuta.” In ogni contesto, penso che la sola cosa capace di connetterci con ciò che è sconosciuto e in grado di farci percepire e comprendere, ciò che stiamo vivendo dentro e fuori di noi, è proprio l’ascolto. Certo, non è una pratica facile, ma la ritengo davvero indispensabile per farci uscire da una dimensione autoreferenziale sterile e narcisistica. Credo che ci si possa predisporre all’ascolto, la via del Dharma l’insegna, innanzitutto ponendosi con un intento sincero, cercando di creare in noi uno spazio che accolga noi stessi e gli altri, per riuscire a vedere, rivedere, riconoscere e, a poco a poco, lasciare andare i nostri pregiudizi, quelle false certezze, quegli appigli che servono solo da scudo per tentare di tenere a bada le nostre paure che, se inascoltate, ci sopraffanno e annientano la nostra libertà.

Franco Ferrari

Mutazione
Ci sono molti tipi di mutazione, quella generazionale, quella culturale, quella antropologica, oggi  anche  quella sessuale, ecc. La stessa storia dell’uomo è un lungo e inarrestabile processo di cambiamento. Oggi, nella società è in atto una vera e propria radicale mutazione le  cause sono molteplici e complesse come: la diffusione delle nuove tecnologie, i nuovi stili di vita, gli sconvolgimenti mondiali, la supremazia della finanza sull’economia, le guerre diffuse, l’immigrazione, ecc.  
Su quanto sopra detto sono state fatte infinite analisi, pertanto mi limiterò a dire altro facendomi una domanda: C’è qualche cosa nell’uomo che non sia soggetto a mutazione?
Faccio solo una breve riflessione basata  sulle mie esperienze introspettive e di vita  senza per questo voler pretendere di esprimere alcuna teoria. Scandagliando, per quanto umanamente possibile, nelle ombre che si aggirano nel buio indefinibile dell’inconscio e cercando di ragionare sul filo della ragione, credo di aver  intuito che   una cosa  non  può mutare negli individui;  il proprio “essere”,  la  dimensione divina dell’uomo, questo nucleo originale e originante che non può mutare in quanto esso è già comprensivo di tutte le mutazioni possibili ed è quello che  caratterizza l’essere umano e che rende gli individui unici e irripetibili. Questo è ciò che siamo e che saremo, di là dalle tranquillizzanti auto-definizioni  o dei preconcetti devianti  che di volta in volta  acquisiamo come conclusi. La frase  che riassume mirabilmente questo concetto è “La verità siamo noi, non i nostri pensieri” .
E’ difficile “divenire ciò che si è” e per quanto tentiamo di farlo, non ne avremo mai piena coscienza; la “verità dell’essere”  non ci è dato definirla concettualmente né di immaginarla.   Se ne può intuire vagamente solo il suo  parziale svelamento.
Solo nell’arte può emergere, attraverso la forma del soggetto e in maniera  misteriosa,  parte di quella  “verità dell’essere” che è  individuale e assolutamente soggettiva ma che è anche sintomo dei  processi di cambiamento in atto non ancora precisabili. Quei sintomi potranno palesarsi attraverso l’opera e  venire percepiti  al di là di ogni tentativo di  definizione o di interpretazione verbale.
Da pittore pertanto ritengo che gli artisti siano chiamati a un difficile e nuovo compito: affrontare la sfida inedita che si presenta oggi in una società in radicale  cambiamento, operando in quel difficile equilibrio tra consapevolezza e inconsapevolezza orientandosi nell’incontro tra pensiero e  creatività dell’interiorità, abbandonando qualsivoglia  vecchio  concettualismo e i  fuorvianti preconcetti.
                                                                                        

      
                                                                          



giovedì 5 giugno 2014








La cosa in sé tra rito e discontinuità.

La cosa in sé fu l’oggetto mentale che Kant utilizzò per provocare se stesso e i filosofi del suo tempo. È come se avesse detto loro: “per quanto voi vi sforziate in realtà il vostro è solo un esercizio interpretativo attorno alla cosa in sé, perché, essa non rientra tra gli oggetti della nostra possibile conoscenza, anzi, si situa provocatoriamente al limite di essa, la percepiamo, ma non possiamo conoscerla”.
Kant percepiva la cosa in sé come “noumeno”, cioè come oggetto del puro pensiero che lui poneva in irrisolvibile contrapposizione con il “sensibile”, cioè con l’oggetto della sensibilità. Poi Kant incontra Hume che, per sua stessa ammissione, l’aiuta a superare una certa rigidezza dogmatica.
Io penso che kant, forse, da quel momento inizi ad ammettere nel suo intimo che la cosa in sé aveva analogia più con la vita che con il pensiero e che, pertanto, contenesse in sé e nel suo misterioso essere, anche gli effetti dell’azione della casualità e dell’inconsapevolezza. Credo che la cosa in sé fosse percepita come una sorta di mistero che lo provocava, perché di certo provocava la sua necessità profonda di analizzare e definire. Penso che Kant cogliesse una qualche analogia tra l’autoreferenzialità compatta della cosa in sé e l’autoreferenzialità della vita con la sua imprevedibilità che si oppone al binario oleato del pensiero, il quale, invece, persegue il principio di “ non contraddizione”, come guida all’affermazione.
Forse, è proprio da questa percezione dello spaesamento di Kant davanti alla cosa in sé che, per quel contagio, mi sembra di rivivere in modo emotivo, anche oggi, la bruciante analogia tra la cosa in sé e l’arte così indefinibile, eppure così concreta.
Voglio dire che Kant ti propone attraverso la sua opera un terreno di incontro, a tal punto oggettivo che, in qualche modo, lui come persona diventa del tutto secondario. Nel suo incontro con la cosa in sé, invece, improvvisamente e sorprendentemente, ti dice qualcosa su di sé, quasi arrossendo assieme alla sua lucidità filosofica.
Insomma, titolando con la cosa in sé la direzione di un percorso esperenziale per cercare di reidentificare una tipologia dell’arte oggi, è come se recuperassimo quel sottile smarrimento di kant, che ha provocato tante domande.
Certo, oggi quel discorso ci viene imposto dalle cose stesse. Oggi, quella che fu la coscienza dualistica ci va scivolando alle spalle e noi stiamo reintercettando il comportamento dell’essere. Se, infatti, parliamo con un numero alto di persone, dopo che hanno assistito ad un evento, ci rendiamo conto che hanno soltanto bisogno di comunicare il grado del loro coinvolgimento, ma non hanno più la necessità di descrivere o decodificare, ciò che ha prodotto in loro quel coinvolgimento. Ti dicono solo: “bello, commovente, lo consiglio”. Ecco, questo è uno dei tantissimi segni che ci indicano che stiamo riconfluendo nel comportamento psichico che fu dell’essere prima che si determinasse in noi la coscienza dualistica. Coscienza che fu necessaria per avere consapevolezza di ciò che sapevamo e per identificarne i significati.
Certo, quell’antica tipologia dell’essere era agita dall’istinto di sopravvivenza ed era confortata dalla certezza che proveniva dal tempo ciclico della natura e dal suo respiro che rendeva, in qualche modo, prevedibile il futuro.
Oggi rientriamo nell’essere, ma spaesati, perché ci siamo allontanati dall’automatismo tranquillizzante della natura e perché il sociale ci ha tradito. Inoltre, è possibile che la perdita del centro e la sua sostituzione con infiniti centri che non si relazionano con loro, sia un tratto importante che connota la fine della coscienza dualistica? È possibile che il giudizio venga sostituito soltanto dal sentire dell’essere?
Comunque, reintercettare il comportamento psichico dell’essere significa ripercepirsi originanti e non più come avveniva nell’egemonia della coscienza dualistica, percepirsi derivati e significati da narrazioni.
Oggi, per la mutata articolazione dl tempo, a causa dell’abnorme aumento della velocità degli scambi, si determina un tasso di relativizzazione che relativizza ogni certezza. Nel contempo, si è rotta la relazione di continuità contestuale tra pensanti e ciò che è stato già pensato e non perché questo già pensato sia lontano nel tempo, ma solo perché è precedente. Ciò che ci precede, oggi, per l’alta velocità con cui la nostra mente scambia, si determina come già concluso. È come incontrare l’ex partner dopo il divorzio. Qualsiasi storia possa rinascere sarà, comunque, un’altra storia. Il nostro passato può, ormai, vivere in noi solo come stratificazione nel nostro organismo psico-fisico e per l’inerenza emozionale che esso esercita sul nostro presente in atto. Abbiamo fisiologgizzato la storia.
Comunque, la provocazione di Kant sollecitò infinite riflessioni e persino un percorso evolutivo del pensiero che è come se anticipasse alcuni caratteri del tempo che stiamo vivendo oggi. Mi riferisco alla grande riflessione di Hume attorno ai limiti della mente umana con cui essa percepisce ed interpreta la relazione tra i fenomeni. La mente umana fondata sui principi di inizio e fine e condizionata dalle rappresentazioni dello spazio e del tempo, tende a considerare la relazione tra gli oggetti come indotto di un rapporto di causa effetto e, comunque, entro una successione temporale. Invece, secondo Hume si tratta solo di una forma di coesione che la fenomenologia nascente definì, successivamente, come “intersoggettività originaria”. Questa identificazione causale che ritorna a considerare la stessa “vivente soggettività” e l’uomo stesso, entro una sorta di automatismo sino ad “entificare” la sua stessa psicofisicità, mi sembra proponga un tratto importante che anticipa alcuni caratteri del nostro tempo. Soprattutto quando Husserl identifica il movente ottimale del motore connettivo tra fenomeni nelle cose stesse e nella stessa “vivente soggettività”, considerata causa potente soprattutto nella fase “precategoriale” quando essa è originante. Ancora una volta è dalla cosa in sé che nasce, forse, il contenuto motivazionale originario. Penso non solo a quello del sé, ma anche al contenuto che guida l’associarsi dei soggetti ormai svincolati dai contenuti della dimensione pragmatica della società.
Infine, causa e nel contempo conseguenza di tutto ciò, la vita va imponendo la propria centralità e va imponendo nei circuiti mentali di questo assoluto presente, la drammatica questione della propria continuità. La vita diviene la committente del pensiero che perde autonomia dal qui ed ora del presente farsi della vita. E’ talmente forte la suggestione di questo spostamento che l’Epoca precedente, quella dell’egemonia della coscienza dualistica, ci appare lontana e persino patologica. Era come se si pensasse altrove da dove si viveva, mentre oggi si pensa dove si vive. La cosa in sé rappresenta il saldarsi simbiotico della vita con il pensiero. C’è da dire anche che questo tempo ha visto compiersi un doloroso e inedito divorzio tra due importanti dimensioni psichiche della personalità. Quella pragmatica ha trionfato ed è divenuta forma sociale della dimensione collettiva. Invece, le dimensioni introspettive della personalità, che fino a poco tempo fa avevano collaborato con la dimensione collettiva della società, sono state esiliate dalla vita reale da quella stessa collettività. La collettività sociale è oggi corpo pragmatico della mente; conia i termini della sopravvivenza dello “status quo” e del corpo, come oggetti del mercato globale alienato dallo strabismo della finanza. Invece, l’attività introspettiva, soprattutto quella delle personalità più giovani, si va internando in internet come occasione di confessioni intime tra solitudini. Ma questa esperienza non viene poi riportata negli scambi reali, e così la personalità appare scissa. È come se la mente complessa si fosse ripiegata verso il profondo della personalità ed è come se la stessa immagine dell’uomo fosse naufragata nel vuoto della mente. Il corpo, invece, per la fine dell’interazione tra polarità antitetiche a causa di quell’inedito divorzio di cui ho fatto cenno, si presenta oggi come assoluto oggetto del tempo ciclico della natura. Abbandonata la sua tradizionale interazione con l’immateriale, il corpo oggi estende la propria influenza fisica e concettuale sull’intera società. Si potrebbe dire che oggi è la luna, pianeta privo di luce propria, che illumina le stelle. Ma il corpo diviene parte fondamentale del nostro rapporto con la verità.
È sempre più evidente che noi siamo la verità e non le nostre supposizioni di essa. La verità siamo noi e il nostro pensiero l’interpreta. Noi siamo la verità, perché in noi stessi e mediante il nostro essere architettura psico-fisica, siamo articolazione di una verità necessaria alla vita. Al contrario, la nostra potenzialità intellettiva è lo strumento provocatorio di un’eterna domanda alla quale “noi”, che siamo in noi stessi la verità, diamo risposta. È come se il nostro processo mentale, sollecitato dal flusso informativo che proviene dal permanente trasformarsi della realtà, sollecitasse a propria volta il processo evolutivo della cellula. È il processo biologico che stimolato dalla cultura produce le nuove sintesi che sconvolgono i codici precedenti e, solo dopo, la cultura si adegua a quelle nuove sintesi.
L’arte finora  si è avvalsa del contributo di quelle attività della psiche mai recensite dalla storiografia in quanto ritenute esterne al territorio psichico di cui la coscienza consapevole, in qualche modo, si è sempre resa responsabile. Del resto la convinzione che sia soltanto la coscienza consapevole la responsabile di ogni evento fu al centro di quella coscienza dualistica che ha dato vita a grandi esperienze come l’illuminismo o il positivismo. Oggi avvertiamo che il nostro essere straripa oltre il perimetro in cui lo limitava l’ispirazione della consapevolezza. Insomma, ci rendiamo improvvisamente conto di essere responsabili non solo di ciò che sappiamo di noi, ma anche di ciò che di noi non sappiamo. Dunque, noi siamo un’unità che contiene in sé consapevolezza e inconsapevolezza ed è responsabile dell’una e dell’altra.
Si va ampliando il perimetro delle responsabilità della coscienza e quel famoso “pensiero laterale”, sempre attribuito agli artisti e accettato dalla società solo come espressione del loro presunto navigare nel “non senso”, oggi sembra acquisire nuova centralità nel nuovo configurarsi storico della coscienza individuale e del “senso”.
Il fatto è che il superamento della coscienza dualistica esalta l’essere e ci trasforma da derivati del “già pensato” in archivio vivente e quindi ci rende padri del libro ed entità originanti. Di conseguenza si trasforma il nostro rapporto con la cultura che per la fine dell’autonomia teoretica del pensiero, si schiaccia sulla vita. Si azzera la distanza tra pensare ed essere. Io non scelgo di pensare in questo o in quel modo, ma io penso ciò che sono. È come se nel mio complessivo essere fossi portatore di un sogno che sogna, il sogno che la mia coscienza percepisce.  Per questo è come se si dovesse interiorizzare un nuovo principio di relazione tra i fenomeni che non calcola, non giudica, ma accade.
La cosa in sé  propone e stabilizza quel superamento del limite del tradizionale rapporto di causa-effetto e cede, con carattere “istituzionale”, il comando del formarsi del senso alla coscienza alterata che si tuffa nel mare profondo dell’intuizione.
Sono pittore e, oggi, mi appare più evidente come la pittura sia l’immagine del pensiero ferito dagli acuminati indizi della vita, sui quali la pittura fonda la propria funzione sociale. Da tutto questo deriva la forza testimoniale dell’artista che non esprime opinioni, così come fa la gran parte delle discipline, ma si dà, non definisce, ma propone, e ciò per un imperativo del profondo. Questo identifica la natura della pittura come un perno di contrapposizione a quei processi così detti creativi che oggi, spesso applauditi, riempiono gli spazi espositivi.
Oggi come sempre, l’arte si pone come soggetto che ha la necessità di reinventare l’arto della specie che la parzialità della storia ha amputato.
Per concludere queste riflessioni inesaustive per ragioni di spazio, vorrei sottolineare che la coscienza individuale diviene l’unica depositaria dell’attività delle dimensioni introspettive della personalità, ma esclusa dagli scambi reali della vita sociale, inizia a vivere una nuova estensione della propria libertà.
Sarà il futuro a dirci se la produzione della coscienza introspettiva degli individui saprà oggettivarsi utilmente nel corpo collettivo del sociale. La cosa in sé è un’icona, un oggetto mentale, che si apre alla continuità della vita e della sua futuribilità.
La cosa in sé che oggettivizza nella percezione della cultura di domani la nuova relazione tra consapevolezza e inconsapevolezza, si va presentando come quell’impasto di particelle di storia e di a-storia che è speranza del domani.


                                                                                ENNIO CALABRIA